Dalla notte al giorno. Riflessioni “non proibite” sulla narrazione, sul suo significato, sui doni che ci ha lasciato.

Se il teatro è una grande bocca nella quale gli attori entrano per regalare un pezzo di vita agli spettatori –lo spazio tra la platea e il palcoscenico si chiama in gergo tecnico boccascena – la narrazione prevede uno spazio fisico più ristretto e una vicinanza di pelle tra chi racconta e chi ascolta, a volte, più rischiosa. Rischiosa per chi narra, rischiosa per chi ascolta. Questo dipende in gran parte dal contenuto del racconto e dalla motivazione che spinge lo spettatore ad andare a quello spettacolo, piuttosto che ad un altro. Ci sarà un pezzo di me in quella storia? Varrà la pena che io corra, cerchi un parcheggio impossibile, mi metta in gioco per ascoltare quella voce? Eppure lo spazio rimane una componente fondamentale. Se non ci si cura dello spazio chi narra sta male, ma non sa perché. Chi ascolta avverte disagio e, forse più libero di chi porta il racconto, se ne andrà via.

Lo spazio nel quale ho raccontato è uno studio d’arte. www.mariafolch.com

Ma cos’è uno studio d’arte? Me lo sono chiesta spesso nei giorno successivi la narrazione. Uno studio d’arte è un luogo in cui la creatività ha trovato uno spazio fisico in cui vivere, nel quale acquistare concretezza, forma, e riposare quando è stanca; ha trovato un canale per affacciarsi sul reale e modificarne il contenuto. Ne ha bisogno poiché ha sempre svolto un ruolo importante all’interno della società. Rubo le parole di Annamaria Testa:

“La capacità di produrre pensiero creativo, come quella di comunicare o di apprendere, è una metacompetenza, cioè un’abilità trasversale, che può essere applicata a campi diversi (arti, scienze, tecnologia, impresa…). La stessa creatività che consente ai singoli individui di sviluppare e mettere a frutto una quantità di capacità specifiche ha permesso all’umanità di progredire conquistando conoscenze, producendo cultura e praticando attività sempre più complesse”.  

“Nuovo e utile - Creatività: che cosa vuol dire”

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Le foto mostrano alcuni segreti del luogo allestito per noi da Maria Folch. In lei sangue catalano e esperienze oltreoceano –Maria e Jorge hanno vissuto alcuni anni a Brooklin-  si fondono per dare vita ad un modo di guardare che, mentre soffre della mancanza di un tetto stabile sulla testa, apre alla complessità del mondo. Poi è buffo, perché spesso, mentre si chiacchiera con Maria si scopre che quella roba lì di cui ti stai occupando, a Brooklin lei l’ha vista, a volte sperimentata, e, udite udite…a Brooklin ha creato gli stessi problemi, inconvenienti, dubbi, speranze di quelli prodotti a Reggio nell’Emilia.

Poi la piccola bocca della narrazione si è aperta e qualcosa è successo. Fabio già aveva dato riposo ai rumori con il suo contrabbasso e allora la storia ha cominciato a scendere come sottoforma di piccole gocce d’acqua. Ogni goccia ci ha lavati, narratori e ascoltatori, ogni goccia ci ha smussato un pezzeto di vita. C’era un angolo un po’ troppo appuntito? Ecco non c’è più, s’è sgretolato, al suo posto una convessità un poco frastagliata, ma accogliente.

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Il gioco scenico sul quale si basava la storia non si può svelare totalmente. Su tutto, la regola delle regole su cui si basa la finzione e che vale per ogni processo di comunicazione basato sul racconto, scritto o orale che sia:

“in un racconto […] il lettore/ascoltatore è portato a guardare le cose da un certo punto di vista, è obbligato ad osservare in un modo particolare, in un modo che, senza la mediazione della finzione, sarebbe per lui certamente difficile”, M.T.Andruetto, “Per una letteratura senza aggettivi” Edizioni Equilibri 

spesso impossibile.

Lo spunto che mi ha guidata l’ho trovato nelle parole di Maria Nadotti che sull’ultimo numero de Lo Straniero scrisse a proposito delle donne, chiedendosi per cosa valeva la pena combattere. Come Cova postammo l’articolo, ma le parole della Nadotti mi rimasero in corpo come spilli, fino alla stesura completa del copione. Lei sosteneva che la vita delle donne, quella vera, quella fatta della sostanza di cui siamo portatrici, non passa. Passa, modo indicativo, il modo della certezza, in questo caso, nel presente. Credo intendesse che il nostro modo di vivere non riesce a penetrare nella realtà, non la contamina con il suo sguardo, non la modifica con le sue proposte…Non. Non. Non. E allora come fare perché sia manifesto il più possibile a tutti di che tipologia di vita vorremmo parlare, a quale nucleo fondamentale di energie vorremmo poter attingere alla luce del sole? Ecchecavolo, scriviamoci una storia no? poi, raccontiamola, come se fosse il racconto d’un rito di passaggio visto con i miei occhi e che ora io, tramite il mio corpo, regalo a te che mi ascolti.

La parola impossibile mi sta a cuore. Mentre cucivo tra loro i brani, aggiungevo parti che servivano da collante, mi dicevo “di questo è impossibile parlare, la Nadotti ha ragione”. Parlarne sì, è impossibile, scriverne è forse difficile. Raccontarne, invece, ci libera da alcune impurità, ci allevia dalla fatica di chiederci...qualcuno starà ad ascoltare? qualcuno capirà? Raccontare è possibile. Me ne sono resa conto a cose fatte, poiché non si è trattato di capire, ma di fare un’esperienza e uscirne non indenni, un poco frastornati forse, nel peggiore dei casi infastiditi. Eppure qualcosa è successo. Ognuno sa di se stesso.

Nove racconti, più uno, l’ultimo. Nove dipinti più un’ opera materica che ritrae una luna, più vera di quella che troviamo in cielo. Per il resto un contrabbasso tra mani abilissime, quelle di Fabio Grasselli, una poltrona fine 800 e uno sgabello povero e solo come la storia che raccontavo.

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Non sono state solo storie di solitudine. Tutt’altro. Poiché un ulteriore tentativo è stato quello di dare voce a nove segreti del femminile facendo assaporare la piacevolezza, la libertà, il vigore che essi trasmettono se “li lasciamo passare”. C’erano donne e c’erano uomini ad ascoltare. Insieme dovremmo imparare a “lasciare passare”. Noi donne forse dovremmo riappropiarci di quei segreti e concedere loro un po’ di luce del sole. Riappropiarcene  non come si riprende la propria arma persa in battaglia, piuttosto nello stesso modo in cui si ritrova una bussola che avevamo perso in un deserto di parole dette da altri per definire noi stesse. E gli uomini, forse, potrebbero non avere paura di essere, in questo, nostri liberatori, aiutanti, alleati. Perché siamo stanche, almeno per quello che mi riguarda, di fare la guerra contro di loro. C’è un’interdipendenza tra il maschile e il femminile - e mi riferisco ad essi come modi di pensare e non certo nel senso di generi vincolati a corpi- che può far crescere giardini nei quali “ogni giorno della nostra vita si desidera il piacere e si ha nostalgia della gioia”.

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