Cibo e storie. Una riflessione dinamica tra cucina e antropologia

Mercoledì scorso abbiamo inaugurato la nuova sede della Cova, mentre l’ultimo weekend di settembre abbiamo partecipato al Food Immersion Festival; in entrambe le situazioni c'è stata una tavola, pensata e allestita secondo lo spazio, l’occasione, il desiderio di accogliere e condividere idee e consigli pratici legati al cibo.

14518589_10209102239187217_1149254078_n.jpgbanner-sito.jpgAbbiamo conversato sul perchè la tavola sia un luogo privilegiato dove crescere, non solo di peso ;-) , e a proposito di come fare per favorire la predisposizione naturale del bambino verso l’alimentazione. Come sempre il risultato potrà essere buono se si guarda alla quotidianità, all’arricchire di senso ogni fase della vita. Il cibo infatti ci accompagna sempre, il gusto cambia con noi e per ogni età c'è nella nostra mente un'immagine che ci rimette a tavola: vicino ai cugini, alla mensa scolastica di fronte all'amico del cuore, in un bar sotto i portici d'una città nebbiosa, infine a casa, la casa in cui siamo stati nutriti ed educati. Casa, infine, dove viviamo ora, tavola dove è il nostro turno di accogliere e condividere. Durante il festival abbiamo cercato di tenere insieme tutto questo, ora aggiungiamo qualche spunto di riflessione.

La tavola come rito

Partiamo dall’aspetto che sembra essere più faticoso da trasformare in esperienza, in vita vera: il cibo appartiene al mondo della ritualità poiché concorre a dare un ritmo al nostro tempo, ci permette di fermarci e di condividere. Per questo è importante che i bambini piccoli stiamo il più possibile intorno alla tavola che prepariamo per noi, per altri figli o per chi sta arrivando. Cosa significa il più possibile? Ogni volta che la voglia di stare insieme ne crea la necessità, fino a che si supererà la fatica di predisporre la tavola per tutti e si sarà creata l'abitudine. Il rito di per sé chiama le storie, il raccontare, ed ecco che la tavola sarà il luogo privilegiato dove si mettono in scena, tra un boccone e l’altro le storie della nostra vita. Mi viene da chiamarli piccoli miti di casa "mia" perché spesso si tratta di vicende umane che dicono chi siamo, nutrono le nostre radici, ci fanno pensare.

"Mentre sto terminando questo libro, mio figlio riesce a gestire conversazioni abbastanza articolate e sempre più spesso digerisce il cibo che mangia con le storie che noi gli raccontiamo. Nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante. E’ importante perché il cibo è importante (la sua salute fisica è importante, il piacere di mangiare è importante) e perché le storie che accompagnano il cibo sono importanti. Sono storie che cementano la nostra famiglia […] Mangiare e raccontare sono atti inseparabili […] Le storie fondano la narrazione, le storie fondano le regole." J. S. Foer, Se niente importa
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Volevo trascrivere un brano più breve del libro citato sopra, ma non sono riuscita a fermarmi perché vi è contenuto il senso di ciò che abbiamo cercato di condividere con voi nei due appuntamenti proposti. E’ difficile stare a tavola nel silenzio, risulta quasi innaturale, mentre se si racconta allora la tavola si riempirà di vita e i piccoli potranno vivere un'esperienza a tutto tondo, nella quale la parte sensoriale e fisica del buon cibo si combinerà con la parte emozionale e immaginifica; di quest’ultima sono fatte le storie, di quest’ultima ha fame la nostra anima.

Sapete bambini, io avevo un nonno che…..Anche io una volta sono caduto in biciletta….La zia, al mare, quella volta là, è quasi affogata… E qui ognuno di noi potrebbe continuare, chissà fino a quando. Calvino scrisse che "la voglia di raccontare, dà voglia di vivere, e si crede di non averne vissute abbastanza da raccontarne […]" e che le storie "da vere diventano inventate e, da inventate, vere". Se poi pensiamo che tutta la storia di Cosimo comincia con un "no" detto a tavola davanti ad un piatto di lumache, mi sembra che ciò che ho citato sopra sia ancora più autentico.

 
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Come fare

L’esperienza pratica del laboratorio di cucina ha riempito i quaderni di scaltrezze, segreti e semplici ricette. 

Abbiamo parlato della versatilità dei cereali, del fatto che le infiorescenze sono le prime a dover essere usate, poiché si conservano meno a lungo, che, dal punto di vista organolettico, tra una mela e un omogenizzato di mela vi sarà una grande differenza, mentre del finocchio non si butta nemmeno la barba!

Tutto ciò mi ha fatto pensare che intorno a tutto ciò che mangiamo dovrebbe esserci il più possibile un’idea, una valutazione temporale, la capacità di ritardare o anticipare una cottura, infine un’economia e un’estetica degli oggetti e delle forme e dei colori. Per rispondere alla domanda come sarebbe buona cosa pensare che ciò che i bambini vivono a tavola è esperienza e anche esperimento, ossia sentono e toccano per provare, conoscere, ri-conoscere e anche difendersi - se l’uovo, ad esempio, verrà assorbito in dosi minime tramite piccoli pezzi di torta, l’organismo non verrà sovraccaricato e sarà più facile che il palato e l’organismo tutto si abituino alla sua composizione con tempistiche adeguate- . Abbiamo detto questo, tanto altro, poi abbiamo assaggiato, perché…daremmo a loro ciò che a noi non piace, ciò che noi, come adulti, non siamo abituati a consumare?

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Immagine da Gaëtan Dorémus, Una ricetta miracolosa

Cosa fare?

Se poi volete che ragioniamo sul cosa forse dovremmo pensare che ogni scelta, nel nostro caso aggiungere, togliere, eliminare, va fatta con un minimo di consapevolezza, sia dal punto di vista degli apporti nutrizionali di ciò che proponiamo o eliminiamo, ma anche da un punto di vista antropologico. Quando prepariamo il cibo per chi siederà alla nostra tavola è come se avessimo la possibilità di offrire qualcosa di cui siamo fatti –spesso si cucina ciò che ci piace e ci appartiene- di ricreare un pezzo di noi.

Ci viene in aiuto Pollan, giornalista e scrittore esperto di alimentazione che nel suo Cotto torna araccontarci il cibo come l’unione di vegetale e animale insieme ad acqua, terra, fuoco a aria e che concludendo un viaggio tra i vari tipi di cucina, sia nel tempo che nello spazio scrive:

"cucinare significa anche scoprire delle novità su se stessi".

Se nella nostra famiglia nessuno ha mai consumato carne, oppure lo si è fatto in quantità che farebbero sorridere di gusto un vero carnivoro, forse per noi sarà più innaturale proporla, mentre se siamo cresciuti con l’odore caldo del brodo della domenica, ad un certo punto, avremo desiderio di imparare a cucinarlo nel migliore dei modi. 

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Il cibo dà alle storie una consistenza fisica che diviene suggestione, travalicameto delle regole della temporalità ed infine, ricordo, cioè il ritorno al cuore. Se cucinando riusciremo a fare esperienza di questo, allora il cosa verrà ad assumere un accezione diversa, seppur non meno marginale.
 
E allora buoni esperimenti e buone storie. Chissà se cucinando storie e scrivendo di cibo non finiremo per
contaminare piacevolmente le une con le altre!
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